Mi piaci in ordine sparso · Pensieri

Di tè, tea, the. E anche di te.

Mia zia l’anno scorso mi ha regalato delle bustine di tè, the, tea, non so come si scrive.
E oggi, dopo averle scritto un messaggio per sapere se il tè, the, tea scade (“ma và, dura un sacco”), l’ho bevuto.
Profuma di qualcosa che ho urgenza di scrivere, immediatamente, come fosse un pensiero fatto di cera, come una candela. Lo devo raccontare prima che si esaurisca consumato dalla sua stessa bellezza.

Profuma di quando si rientra in casa, sotto Natale, di sera, magari è tipo il 19 dicembre, in testa si hanno gli ultimi regali da comprare. La casa è buia ma brilla l’albero di natale, e brilla la tv che ne rimanda il riflesso intermittente.
Profuma di papà che si fa la barba con la radio accesa, è una mattina d’inverno. Non accende la luce principale del bagno ma quella più gialla della specchiera. Si sente la radio, il rumore dell’acqua e poi il suono del rasoio che dà qualche colpo sul lavandino, nello stesso modo in cui la mamma rompe le uova da mettere nelle torte.
Profuma di mamma che torna dal lavoro con una vaso di fiori rossi: “mi hanno regalato una stella di natale” dice “vieni a vedere che bella che è”.
Profuma di carta regalo, di nastro adesivo, di fili di cotone, di legna nel camino, di sciarpe pesanti e cappotti scomodi, di neve, di pioggia, di neve ancora perché così papà guarda fuori dalla finestra e dice: “bestia, una nevicata così non la vedevo da un po’”.
Profuma di bar affollati, di mani alzate: “possiamo ordinare? Due cioccolate. Sì, dai, con panna”.
Di panna, di cioccolata, di biscotti, di caffè, di neve ancora perchè non sta smettendo, di sale buttato per strada, dei fari delle macchine in coda, dei vialetti nel parco, di panchine vuote, di biblioteche piene, di mani in tasca.
Di neve, di neve, di neve. Di papà che sposta la tenda e guarda il giardino, di mamma che mette i giornali vecchi all’ingresso di casa.

Di qualcosa che ho urgenza di scrivere:
Profuma di tè.
Di the.
Di tea.

E anche di te.

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Vi lascio la foto qui sotto se volete sentire di cosa profuma davvero 😉

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Mi piaci in ordine sparso

In vacanza insieme sulle mie chiavi di casa

Non so se l’avevi notato prima ma il profilo delle chiavi è una catena montuosa.

Se badi bene a dove le appoggi e magari ci fai passar sotto un foglietto di carta o un fazzolettino bianco, sulle cime spunta anche la neve.
Chissà mai che là sopra ci sia anche un rifugio, lì dove è alta montagna e le orecchie fischiano senza che qualcuno mi pensi.
Chissà, lo immagini? Una casetta in legno sopra le piste da scii, sopra ai fili della seggiovia, proprio sopra il profilo frastagliato delle mie chiavi.
Mi andrebbe di andarci in vacanza su quelle cime che ho sempre in tasca, di farmi abbastanza piccola da poter risalire a piedi quei pendii, tanto piccola da avere attorno alberi altissimi e fitti, un bosco infinito con un sentiero segnato dalle bombolette rosse.
Sapere la strada senza esserci mai stata, viaggiare sopra le chiavi di casa andando in tutt’altra direzione, scendere le discese che in genere si incastrano in uno spazio minuscolo, nella serratura, scendere per quelle vie e vedere invece un mondo vastissimo che mi si apre davanti.
Come un respiro o gli occhi il primo giorno di vacanza,

Sono in vacanza sulle mie chiavi di casa.
E dici che c’è l’eco? Se salgo fino in cima e urlo a valle il mio nome, il tuo e pure un paio di parolacce perchè lo trovo sempre un pochino divertente, credi la montagna me le rimanderà indietro?
Insomma, tu dici che c’è l’eco?

E poi stendermi sui prati, senza scarpe, senza allergie alle graminacee, senza orari, senza telefono, senza pensieri.
Se non fa freddo pure senza vestiti, senza cuffiette nelle orecchie perchè mi va di sentire gli uccellini cantare e sparare a caso chi è che fa quel verso: “è un allocco”, solo perchè mi piace il nome.

E poi guardare gli abeti altissimi e immaginarli addobbati come fosse facile, come bastasse solo mettersi in punta di piedi per sistemare nastri e palline fin sulla cima.
“Ho voglia di Natale”
“Quest’anno anche io”.

Restare in vacanza sulle mie chiavi di casa e tornare solo per passarti a prendere.
“Ci sono gli alberi addobbati, c’è la neve e l’eco dice le parolacce. Vuoi venire in vacanza con me sulle mie chiavi di casa?”

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Pensieri

Come lo spieghiamo agli animali?

Ho un dubbio.
Tutto è nato mentre guardavo, come mi è solito, Downton Abbey.
La serie è ambientata agli inizi del ‘900.
La domanda è: come è stato spiegato a quel cavallo, quello che sta trainando la carrozza di Lady Mary vestita in abiti novecenteschi, che è un film?
Voglio dire, quella mattina sarà stato preso da una stalla nel bel mezzo del 2017, avrà visto qualcuno usare il cellulare, qualcuno che faceva una Instagram story e avrà visto automobili, treni superveloci e magari qualche drone per aria.
Lui è stato preso ed è stato portato davanti ad una villa piena di gente vestita in abiti d’epoca, qualcuno ha urlato: “VIA!!” e tutti hanno iniziato a fare inchini, a dare in sposa la propria figlia e a parlare del Titanic “che tragedia”.
Come si spiega agli animali che stiamo recitando?
Al Commissario Rex qualcuno ha detto che in realtà non hai mai salvato un cacchio di nessuno? Qualcuno gli ha detto: non sta morendo davvero quel tale laggiù, stai tranquillo.
Qualcuno ha detto al gatto che interpretato Garfield che nessuno si aspettava davvero che mangiasse delle lasagne? Qualcuno ha detto ai cavalli di qualche film Western che a mezzogiorno nessuno si è sparato davvero sotto l’orologio?
Qualcuno ha mai pensato di dire al cane che ha interpretato Pongo nel film La carica dei 101 che non ha davvero avuto 99 figli?
Immaginate, magari addirittura si chiamava, che ne so, Spike e invece è arrivato un tale che gli ha detto: “ehi Pongo, complimenti per tutti e 99 i cuccioli. Non sono tutti tuoi ma li crescerai come un padre”.

Santo cielo.

Infanzia

Halloween

Quando abitavo nella casa vecchia, al numero 10 della via, Halloween era una festa bellissima.
Io e i bambini del palazzo, dopo aver bussato alle porte di tutti i vicini, con sacchetti pieni di dolci ci trovavamo nel salotto di casa mia.
Toglievamo i travestimenti, io mettevo le calze antiscivolo e mentre papà faceva partire il vhs di “Paperino speciale Halloween”, la mamma rovesciava sul tappeto tutte le caramelle che eravamo riusciti a farci dare.
“Dolcetto o scherzetto. Ma c’è qualcuno che ha mai risposto scherzetto?”
Mio fratello e Ricky, che ero un pochino più grandi di me, dicevano di poter mangiare anche i MonCherì e le cose con il liquore.
Io amavo il cioccolato al latte, “le cose di fragola” e le bottigliette colorate di rosolio per bambini, dolcissimo.
Amavo Martina e Margherita, le mie migliori amiche di allora e amavo il rumore delle carte delle caramelle, ritrovarci sempre su quel tappeto. Un mare di zucchero ai nostri piedi e il riflesso del salotto negli occhiali di papà, la voce di mia madre che è proprio una maestra: “silenzio che inizia il film”.

Sempre lo stesso film ogni anno.

Un ricordo dolcissimo.

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Pensieri

“E poi sale e pepe”

Ho trovato per terra una lista della spesa e prima che un tizio le tirasse un calcio camminando di fretta, ho fatto in tempo a leggere che qualcuno desiderava tanto dei cereali.
“Cereali” era scritto sottolineato due volte.
Poi latte, uova e: “frutta (scegli tu)”, scritto così, tra parentesi in un corsivo snello.
E poi il calcio del signore, di fretta, ed ecco l’altro lato del foglietto.
“Sale e pepe”.

Ho deciso così che quella era la lista della spesa di due persone che si amano abbastanza, abbastanza tanto da avere appena preso casa insieme.
Tanto da aver dato sapore alla vita con un matrimonio carino e semplice, nulla più. Confetti normali, abito sobrio e niente colombe bianche “che è pure pacchiano” avrà addirittura pensato lei. Persone semplici che si amano e danno sapore alla vita ma si scordano di mettere un po’ di gusto dentro la dispensa, così impegnati a volersi bene.
“Se mia madre sapesse che non abbiamo nemmeno il sale in casa” è sempre lei a parlare.
Lui parla poco, mi sa, in quella casa ancora piena di scatoloni.
Lui lo immagino come Robert Redford in A piedi nudi nel parco.

Comunque è così che a lei è parso giusto fare una lista di cose importanti:
“Non abbiamo ancora fatto una colazione decente nella casa nuova. Prendi i cereali. Assolutamente. Te lo sottolineo pure”.
“E poi latte, uova, ah, te lo scrivo: Frutta (scegli tu)”.
E da ultimo in un bacio, stavolta è lui a parlare: “poi sale e pepe, giusto?”
“Giusto” risponde lei appuntando il tutto rapidamente per non scordare nulla.
Non riesco ad immaginare come lui, Robert, possa aver perso la lista, questo proprio no ma sono contenta che ora abbiano il sale e il pepe in casa.
Tutto il gusto di una vita felice.

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Se qualcuno è il vero proprietario della lista e la storia non è questa, mente.

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Infanzia

Una gran bella fortuna

Credo di non avervi mai parlato, ed è un peccato, dello scivolo arancione che ha riempito la mia infanzia di emozione e di capricci.
E le sbucciature sulle mie ginocchia di terra.
Lo scivolo arancione non aveva una scala, aveva solo un pezzo d’arancione vivo che usciva dalla terra come una colata di lava, o una linguaccia, per dirla con la fantasia che avevo allora.

Non riuscivo a capire che genere di fortuna avesse portato gli alberi a far uscire le radici a formare degli scalini.
Insomma è strano, non è strano? Qualcuno mette uno scivolo senza scala, e già è bizzarro, e gli alberi si mettono in testa di far uscire gli scalini.
“Non è strano?”
Per gli adulti nulla era strano, nulla era una gran bella fortuna.
Ecco, proprio come ho scritto: per gli adulti nulla è una gran fortuna. Anche se a me pareva evidente che lo fosse.
“Hanno messo dopo lo scivolo. Qualcuno si è accorto che le radici sporgevano dalla terra e ha deciso di metterci uno scivolo” mi aveva spiegato lo zio.
Ah.
Beh… beh c’è da dire che aveva senso.
“Quindi qualcuno si è accorto dopo?”
“Sì, fede”
Così ci avevo ragionato. Gli alberi non avevano fatto nulla, non era un’iniziativa loro, il che è un peccato ma qualcuno passando di lì aveva impiegato del tempo a guardare delle radici, magari aveva inclinato la testa, aveva di certo inclinato la testa e aveva avuto un’idea così bella come una linguaccia arancione che sbuca dal terreno.
Caspita.

“E’ una gran bella fortuna”

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Infanzia

Più in alto rispetto al mondo

Non ho mai chiesto nel modo giusto, a mio padre, come mai quando mi prendeva in braccio per farmi scendere dal seggiolino, quello montato sulla sua bici, sentivo le gambe molli e di essermi abbassata rispetto al mondo di almeno una decina di centimetri.
Una volta glielo chiesi così: “perchè sto più giù?”
“Perchè non sei più sulla bici”.
E io quello l’avevo capito ma non sapevo far la domanda in modo migliore.
Credo si potrà dire di me che sono una brava scrittrice o almeno, ecco, che io sia una scrittrice quando riuscirò a far questa domanda nel modo corretto.
Vi spiego la questione.
Dovete immaginare me e papà sopra alla sua bici bordeaux, quella che gli hanno rubato davanti alla stazione di Monza cinque o sei anni fa.
Io stavo seduta nel seggiolino, davanti. Non sapevo ancora andare in bicicletta e la mia bici con le rotelline non era abbastanza veloce per seguire papà e le stagioni, e la ghiaia, e i coniglietti che tagliano la strada, e le foglie che cadono, e la polvere che s’alza se un cavallo ti galoppa vicino. Nel parco.
Così sedevo sul seggiolino, sopra alla bicicletta, tenevo le braccia aperte come Di Caprio sopra al Titanic.
“Chiudi le braccia che occupiamo lo spazio di un bilico”
“Non so cosa dici ma va bene”.
Così sedevo lì sopra e quando tornavamo a casa riaprivo le braccia e mi aggrappavo a papà “sono come un kovala, papà”, che sarebbe un Koala, è chiaro.
Lui mi prendeva in braccio e mi metteva a terra.
Sentivo di non essere più abituata a guardare il mondo da così in basso, sentivo di aver le gambe più corte di una marea di centimetri: “…di avere le gambe strane, ho quella sensazione lì, papà”.
Credo che al momento quella sia la sensazione più simile all’innamoramento, più simile alla felicità che mi venga in mente.

Le gambe strane e la sensazione di essere stata un pochino più in alto rispetto al mondo.

Scendere dalla bici di mio papà dopo essere stata nel parco.

Se un giorno divento scrittrice ve lo racconto meglio.

Infanzia

Yelli

Questa storia è nuova, non l’avete mai sentita. Parla ovviamente di me da bambina ma cercate di non pensarci e di credere invece, perchè così è, che il protagonista sia un cagnetto pupazzo alto come una bottiglia Boario da 75cl. Di acqua naturale.
Yelli non aveva l’aria di poter essere assimilato a qualcosa di frizzante e grintoso.
Yelli è il nome del cagnetto pupazzo che arrivò dentro un sacchetto di plastica trasparente e che arrivò tra le braccia di una bambina alta molto più di una bottiglia Boario.
La bambina, dicevamo, ero io, avevo tra i cinque e i sei anni mentre Yelli, chiaramente, non doveva essere in circolazione da più di qualche mese.
Aveva il pelo bianco e arruffato, era appallottolato nel sacchetto tanto stretto da non sembrare altro che una montagna di chicchi di riso: “mi hai portato del riso, nonno?” aveva infatti chiesto la bambina e lui, ridendo dietro un paio di occhiali con le lenti scure ma non scurissime, le aveva risposto di no.
Yelli ero uscito dal sacchetto tirato fuori per i piedi, aveva un cravattino blu e la faccia un po’ triste, l’aria di chi ha dimenticato sopra un treno una valigia importante, o un amore, o una valigia con dentro la foto del proprio amore.
Yelli aveva quell’aria lì mentre la bambina con le mani premute sulla bocca teneva a stento le risate.
“Ma che faccia che ha!” aveva detto scuotendo la testa e il nonno, in quello che era di certo dialetto pugliese, stava per fare una scoperta grandiosa: stava per scoprire il nome perfetto per Yelli.
“Pare un cane iellato”, che in dialetto doveva essere qualcosa tipo: “pare nu cane ielat”.

E’ stato allora, comunque, che la bambina cedendo alle risate aveva chiesto: “ma che vuol dire iellato?”
“Che tiene la iella, che è sfortunato”.

E questa è di fatto la storia del cane che sembra un sacchetto di riso, alto come una bottiglia di Boario che: “YELLI!!!! Ti chiami Yelli, allora”, che si chiama Yelli e che ha vissuto una vita felice per un sacco di anni, nonostante il nome e nonostante la faccia.

E’ il pupazzo preferito della bambina, lo è stato per tutta la vita anche se lei glielo ha detto per la prima solo alle 17.58 di oggi.

Yelli ha sorriso.

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Mi piaci in ordine sparso

A contare le foglie cadenti

Io mi risveglio in autunno.

Mi viene voglia, in autunno, di star dentro ai maglioni come si sta dentro alle conversazioni, con un punto di vista e le proprie opinioni. Voglio avere un’opinione sulla morbidezza di ogni mio maglione, di ogni tuo maglione. Voglio star dentro ai maglioni come dentro alle conversazioni, con pure una vena polemica: “pizzichi troppo, stupida lana”.

Quando arriva l’autunno ho voglia di precipitare dentro le sciarpe e le felpe, cadere di peso, di sedere dopo una caduta abbastanza lunga da aver tempo di urlare.
Teatrale.
Ritrovarsi minuscola in un mare di fili di intrecciati, cogliere a mazzi il profumo dell’ammorbidente che non ha spine, foglie o insetti. Le mani piene di profumo da aver voglia di passarsele in viso come a lavarsi la faccia dopo un risveglio.
Io mi sveglio in autunno.
Io mi sveglio in autunno nel mezzo del mio maglione e corro a perdifiato, felice di perdere pure quello, il fiato, in autunno non ho bisogno d’altro che d’una casa, il mio gatto, te e un divano.
Fa caldo.
Fa caldo se non smetti di correre un attimo ma io ho voglia di spostarmi i capelli dalla faccia, veloce, senza grazia e di cercare le castagne matte, quelle che non si mangiano, fare a gara con papà a chi ne trova di più: “ne ho trovate 10, e tu?”
E poi lasciarle, liberarle nel prato come le conchiglie in estate, le cavallette in primavera.

Io mi sveglio in autunno nel mezzo del mio maglione e stiracchiandomi vorrei sdraiarmi sul mondo.
Con te.
A contare le foglie cadenti.

Il primo desiderio è che sia autunno per sempre.

Pensieri

Un libro dei perché

In casa mia viviamo in tre e se c’è una cosa che proprio non capisco è quando mio padre mi domanda: “chi c’è in bagno?”
Direi l’unica persona che non è qui con noi.
O quando mia madre ad alta voce urla:
“MA INSOMMA CHI E’ CHE MIAGOLA?”
Direi il gatto e infatti poco dopo si corregge da sola, rivolgendosi proprio a lui, a quello che miagola: “ma insomma perchè miagoli?”
E quello allora smette di miagolare, poverino, inizia a comunicare con le espressioni facciali e tutto quello che dice è: “perchè io sono un gatto”.
Nella top five delle cose incomprensibili di casa mia c’è il momento in cui mia madre chiede ad alta voce:
“FAME?” che significa “quanta fame avete?”
“Molta” rispondo io e allora lei: “eh io però ho già buttato la pasta eh”.
Che quasi mi andrebbe di iniziare a miagolare pure a me, con tono interrogativo e disorientato.
Ah beh, beh, poi sempre nella top five, diciamo al terzo posto, c’è il momento della lavatrice: “fede hai qualcosa da lavare?” mi chiede mia madre.
“Sì, il maglioncino bianco”
“Eh ma la macchinata con le cose bianche già l’ho fatta partire”.

Al primo posto, di sicuro, c’è la porta di casa mia. Non si chiude bene a meno che tu non la spinga con forza. E’ così da vent’anni.
Mio padre non la chiude bene da esattamente vent’anni, giorno più, giorno meno. Ad intervalli irregolari la cosa lo disturba e lo incuriosisce per cui inizi a sentire il rumore della maniglia, della porta che si apre e si chiude e poi senti papà che soffia.
“fff”
“ffffff”
“FFFFF”

“Papà che fai?”
“Si chiude male”

Sì, dal 1997.

Il mio primo libro sarà un libro dei perché.
Perché?